È da poco passata la mezzanotte e a bordo dormiamo tutti già da un’oretta. Siamo in rada a Cala Piscinnì, protetti dallo Scirocco che soffia intorno ai venti nodi. Siamo all’ancora, con quaranta metri di catena su un fondale di sei metri e mezzo. L’acqua è tranquilla e il catamarano è ben assestato.
Luana mi sveglia.
«È pieno di lampi.»
All’inizio sembrano innocui, semplici bagliori isolati oltre l’orizzonte. Poi arrivano i tuoni. I lampi si avvicinano. Sempre di più.
Qualche fulmine sembra scendere fino al mare e ci ritroviamo a contare i secondi tra il lampo e il tuono, come facevamo da bambini.
Un secondo: un chilometro. Dieci chilometri.
Prima erano tredici. Sta arrivando.
Il radar meteo mostra un fronte temporalesco che sta interessando tutta la Sardegna occidentale. Noi siamo al sud, dovremmo essere fuori, ma non ci fidiamo. Il caldo anomalo dell'aria e dell'acqua, rispettivamente 34 e 30 gradi, sono una bomba pronta ad esplodere in fenomeni molto violenti, se innescati. Per prudenza rimaniamo in allerta. Osserviamo il buio, cercando di capire quanto tempo ci rimanga prima che quella minaccia lontana raggiunga anche noi.
Ci vestiamo. Prepariamo i K-Way e le torce. Accendo gli strumenti, li imposto in modalità notturna abbassando la luminosità così da abituare la vista a vedere con poco. Chiudiamo la scaletta di risalita dal bagno, togliamo la canna da pesca dal portacanna perché potrebbe attirare i fulmini. Luana raccoglie teli e costumi lasciati ad asciugare. Chiudiamo gli oblò. Non c’è altro da fare, tutto il resto era già in ordine.
Controlliamo la situazione. O almeno crediamo di farlo.
Per qualche minuto non succede altro. Solo lampi, tuoni e attesa. La rada sembra ancora tranquilla, ma il fronte avanza e lo sentiamo prima ancora di vederlo.
Poi, nel buio pesto della notte, arriva una fucilata.
Un tuono enorme. Un lampo quasi contemporaneo.
Il cielo sembra spaccarsi.
Subito dopo arriva la raffica: un muro d’aria che investe la rada e ci fa passare in un attimo da venti nodi di Scirocco a venti nodi di Maestrale. Quasi 40 chilometri all’ora, ma dalla direzione opposta.
Tutte e dieci le barche in rada cambiano orientamento nello stesso istante.
La virata è brutale. Rapidissima.
Fino a un attimo prima avevamo la prua rivolta verso terra, seguendo lo Scirocco. Ora il catamarano punta verso il mare, dritta contro il Maestrale. Sembra una manovra collettiva, improvvisa e violenta, come se una mano gigantesca avesse afferrato l’intera rada e l’avesse girata di colpo.
Accendo i motori. Siamo pronti.
Il vento continua a salire.
Venticinque nodi.
Trenta.
Trentacinque.
Inserisco la marcia avanti. Doso il gas. Scarico parte del tiro sull’ancora e tengo il catamarano con la prua rivolta verso il potente flusso d’aria.
I motori ci aiutano a restare allineati, mentre la catena continua a lavorare sul fondo.
L’ancora tiene.
La raffica cresce ancora.
Supera i quaranta nodi.
L’anemometro segna quarantaquattro. Più di 80 chilometri all’ora.
In pochi minuti tutto l’equipaggio sale per vedere cosa stia succedendo. Io e Luana siamo pronti, avvolti nei K-Way, mentre Claudia ha capito subito la situazione ed è salita con la cerata e le scarpe.
Nel buio illuminato soltanto dalla luna, le barche sembrano cavalli impazziti. Non si muovono più all’unisono: brandeggiano paurosamente, sbandano frustate dal vento.
Poi un fulmine illumina tutto a giorno.
Per una frazione di secondo riesco a vedere ogni cosa. Il mare davanti a noi è mosso. Le onde stanno entrando nella baia e rompono con la cresta bianca. Sulle barche vicine qualcuno controlla l’ancora; qualcun altro cerca di sollevare un gommoncino per issarlo a bordo, ma la raffica lo fa volare come una bandiera.
Ringrazio di aver vinto la pigrizia. Il gommoncino era già a bordo, come da abitudine. Il SUP era legato. Anche le stoviglie erano state lavate e riposte. Non abbiamo altro da mettere in sicurezza.
Dopo il lampo torna il buio. Il vento è caldissimo, evidentemente non è Maestrale ma un potente fenomeno isolato. Sul volto mi arriva sabbia che punge come aghi e mi obbliga a stringere gli occhi.
Guardo il profondimetro. Prima indicava sei metri e mezzo. Ora tre metri e mezzo.
Il fondale non è cambiato. È il nostro catamarano ad aver descritto il proprio arco attorno all’ancora, spostandosi verso riva. La catena ha fatto da raggio e il brusco cambio di direzione ha trascinato l’imbarcazione dalla parte opposta, dove l’acqua è meno profonda.
Ringrazio di aver valutato bene l’ampiezza dell’area di brandeggio e di aver lasciato sufficiente spazio di sicurezza intorno a noi. Di aver nuotato e verificato che non ci fossero rocce pericolose attorno.
Non resta che aspettare e vedere cosa succede.
Un altro lampo squarcia la notte. Si vedono onde fino all’orizzonte avanzare con la loro schiuma bianca.
E allora salpiamo.
Basta una parola per innescare un insieme di azioni.
«Salpiamo.»
Luana e Claudia vanno a prua. Con incredibile velocità tolgono il baffo e iniziano a salpare la catena a bordo. Con il vento ormai fisso a quaranta nodi il catamarano sembra un cavallo imbizzarrito e faccio fatica a tenerlo con la prua al vento.
Mi urlano dove andare, ma le sento a malapena, sommerse dal rumore del vento, del salpa ancora, dei motori e delle grida provenienti dalle barche intorno. Anche altre imbarcazioni stanno tentando la stessa manovra. Molti urlano, distinguo chiaramente alcune grida in francese: arrivano dal catamarano a fianco a noi.
Nel buio pesto, a Luana la torcia è sufficiente per vedere cosa fare. Tutte le altre luci sono spente già da prima, così da abituare gli occhi all’oscurità. Percepisco bene le onde che sbattono sullo scafo e sollevano la prua.
«Destra avanti!» urla Luana, cercando di farsi capire.
Continuo a manovrare seguendo le sue indicazioni. Mentre il vento ci spinge, la catena sale e poi, finalmente:
«Liberi!»
Accelero e punto verso la zona più buia della baia. Non vedo nulla, ma so che lì non ci sono barche e possiamo uscire in sicurezza. Il navigatore mi indica la posizione e la rotta.
Stiamo uscendo insieme a un’altra barca. Dietro di noi lasciamo le urla delle persone e il rumore dei verricelli che cercano di salpare le proprie catene.
In un attimo siamo fuori.
Fuori dalla baia è un altro mondo. Il vento cala a trenta nodi, poi venticinque, venti.
È una sensazione bellissima.
Navighiamo verso il nero. Non vediamo quasi nulla, soltanto la schiuma bianca delle onde. Il buio è totale e il mare sembra confondersi con il cielo, come se non esistesse più una linea capace di separarli.
Poco dopo, una boa da pesca compare a soli due metri dallo scafo.
La vediamo all’ultimo.
Penso che ci vorrebbe una gran sfortuna per prendere la cima con l’elica, bloccandola. Se dovesse succedere, mi preparo mentalmente al piano B. Calerei l’ancora e filerei tutta la catena a disposizione.
Stiamo andando molto lentamente, a tre nodi, così mi esce ad alta voce una considerazione:
«Questa sarebbe una buona velocità per pescare.»
Scappa una risata, la tensione si dissolve, siamo tutti più sereni.
Dopo mezz’ora, quasi senza accorgercene, il vento sparisce. Rimangono appena quattro nodi e navighiamo con il mare al giardinetto, in rotta per doppiare Capo Malfatano. So che oltre il capo troveremo Tuerredda, che offrirà riparo sia dallo Scirocco sia dal Maestrale. Soprattutto troveremo un fondale sabbioso dove ancorare al buio. Questa consapevolezza mi restituisce calma.
In mare vediamo solo le luci di navigazione di altre barche e i lampi che continuano in lontananza, ormai il rumore dei tuoni è attutito dalla distanza.
Arriviamo a Tuerredda e ancoriamo sapendo che tornerà Scirocco.
E così è.
Ora il vento è tornato regolare, la barca è tranquilla e anche il mare sembra aver ritrovato il suo respiro. È bello tornare alla normalità.
Sono le due. È ora di tornare a dormire. Prima di chiudere gli occhi penso che cinque barche hanno lasciato Cala Piscinnì, compresa la nostra. Di queste tre sono arrivate a Tuerredda. Le altre hanno deciso di rimanere, oppure non hanno avuto il tempo o il modo di partire.
Ripenso a tutto, più e più volte. La violenza e rapidità dei fenomeni atmosferici di oggi è la prova che un cambiamento sia avvenuto. Mi chiedo con quale ipocrisia qualcuno lo neghi ancora.
In 90 minuti è successo tutto, ed è tornata la calma. Sono felice delle scelte fatte e grato perché tutto sia andato bene. Grato perché Luana mi ha svegliato dandomi dieci minuti di vantaggio sullo stravento. Grato che tutto fosse già in sicurezza e ordinato.
È ora di dormire... se l'adrenalina me lo permette.
Buonanotte naviganti.
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